| ADRIANO SOFRI, ATTACCANTE ESTREMO |
| Giocare all'attacco, in un campetto di cemento, senza la regola del fuorigioco, prendere i palloni che spiovono numerosi e cercare il gol a testa bassa. Sarebbe una bella metafora di vita, ma non è proprio così. Adriano Sofri parla di calcio dal carcere di Pisa con più romanticismo che enfasi, com'è nel suo carattere. E Giorgio Porrà, più che intervistarlo, lo induce con pari levità a svelare una passione, attraverso vecchi ricordi personali e abitudini di un quotidiano da recluso. Qui l'analisi non è cercata, è piuttosto discorrendo che si inciampa nelle meraviglie ignote e nei noti paradossi dello "sport nazionale". Parlando, capita di dire qualcosa su Albert Camus e su Giovanni Lodetti, su Ronaldo e Maradona, su Tersite e Pasolini. Le figure dei fuoriclasse si dilatano, e balzano in primo piano eroi sconosciuti, disposti a dare l'anima mentre stanno in porta, durante l'ora d'aria. Il messaggio è che per andare avanti bisognerebbe retrocedere, se si vuole intenderlo. Questo, tra le altre cose, dice Sofri: "Trovo che si sia esagerato, e la cosa vale in generale per la storia del mondo. Abbiamo esagerato con le foreste. Abbiamo esagerato con le cose da mangiare. Abbiamo esagerato con l'acqua. Abbiamo esagerato moltissimo con il calcio. Allora il problema non è di constatare che abbiamo esagerato, perché è sotto gli occhi di tutti. Il problema è di vedere se è possibile tornare indietro." |
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