| CORTE, PIAZZE E CORTILI Memoria e tradizione nei giochi di palla in Piemonte |
| Passpartout Asti, 24 maggio, 11 giugno 2006 Pallapugno, tamburello, pallone al bracciale: furono il nucleo attorno al quale si formarono a mano a mano tutti gli sport oggi praticati. Li sponsorizzarono Zeus ed Era lassù nell'Olimpo, mallevadori delle continue sfide fra mani attaccabrighe e dee capricciose. Ma ancor molto tempo prima, nei giorni della Creazione, i nostri progenitori se ne dilettarono nell'Eden: io tiro una mela a te, tu la rimandi a me, finché in assenza di arbitri perché il buon Dio concedeva loro fiducia, e forse frastornati da troppo benessere, uno dei due commise un fallo ritenuto d'astuzia, nella corresponsabilità di entrambi, e si trovarono poveri e nudi, tutto da rifare. Quanti anni passarono da allora è impossibile dirlo. Il fatto è che un certo giorno, ma siamo ormai nel bel mezzo dello scorso millennio, questi tre sport si ritrovarono con una gran voglia di divertire, di riaccendere passioni, di restituire dignità a chiunque intendesse riutilizzarli. Persino nelle terre precolombiane essi erano, anzi, affiorati, trasportativi da chissà quale genia o cromosoma nel sempre curioso intreccio delle vicende umane, degli eventi storici, etnici, d'inquietudine migratoria. Prendetela come volete, voltata l'ultima pagina d'un Medioevo per nulla buio nonostante l'irriflessiva aggettivazione, sopraggiunto il Rinascimento, rieccoli spavaldeggiare in tutte le piazze d'Italia, in Signorie, Principati, Ducati, Contee: ed essendo sempre in guerra tra di loro queste entità statali piccole e grandi, ognuna d'esse pretese di stabilire, in ciascuno sport, delle regole proprie, cosa che non impedì una ramificazione delle tre discipline sferistiche dal Nord al Sud della penisola, Roma compresa con i Cardinali dalla porpora frusciante nell'incitare l'uno o l'altro atleta. E sino alla fine Ottocento, anzi per un ventennio più in qua, c'erano nell'ormai dichiarata capitale due campi da gioco poi divorati dall'insaziabilità urbanistica. E si giocava all'ombra del Vesuvio, finanche sotto l'Etna. Intanto nuovi sport si facevano subito ricchi, e i nostri tre, rimasti poveri, gareggianti per una bandiera o una Coppa, si restringevano come una macchia d'inchiostro sfiorata da carta assorbente mossa da mano inesperta. Avevano un bel dire Goethe, Leopardi, Deamicis che non esisteva gioco più bello, puro, virile, esaltante. [..] Franco Piccinelli |
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