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IL MAGICO, IL DIVINO, IL FAVOLOSO
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siete mai chiesti perchè certe rocce abbiano un nome d'identificazione
ed altre no: perchè il 24 giugno di ogni anno si accendano sulle
alture i falò di S. Giovanni; perchè vi siano santuari dedicati
alle Madonne Nere; perchè i montanari inchiodino un cardone sulle
porte delle baite; perchè, come contravveleno a chi era stato morso
dalla vipera, si somministrasse il brodo dell'animale? Sapete che natale
è una festività pagana; che S. Umberto era un tempo il celtico
dio-cornuto Cernunnos; che la Candelora rimpiazza le luminarie delle celebrazioni
a Cerere; che il pino illuminato ha origini protostoriche, che la melegrana,
come il grappolo d'uva di Capodanno? Sapete che le streghe per morire come
esseri normali devono tenere in mano uno scopino; sapete che esistevano
i "tempestari", uomini capaci di provocare le tempeste? Il nostro etnocentrismo ci spinge a considerare le credenze magiche e mitiche come peculiarità dei primitivi, intanto ogni giorno cerchiamo suggestioni che diano della realtà una visione deformata. Non sorridete quando il bambino saltella lungo il marciapiede per non calpestare le connessure del selciato: sta inventando un rito. Il rito non è legato strettamente al rapporto uomo-divinità come normalmente si ritiene, ma piuttosto al generico concetto di sacro, di trascendente, che ciascuno di noi ha dentro. Tutto ciò ch' esiste al di fuori al di sopra di una realtà che ha spinto il montanaro ad incidere rosoni, cuori, croci, sui collari di legno dei suoi animali, come già gli antenati a scavare nelle pietre cavità circolari, a ungerle di sugna, a mettere in esse offerte votive. Questa ricerca vuole guidarvi, senza alcuna pretesa scientifica, fra i provvedimenti protettivi, difensivi o di assicurazione, che nascono non appena i legami logici delle cose appaiono meno chiari. Il mondo dell'altitudine ha conservato nei simbolismi pastorali e nelle manifestazioni rituali - anche quando fortemente condizionato dal cristianesimo - un patrimonio di religiosità comune a tutta la cultura alpina: quello che chiamiamo usanze, credenze, leggende, modi di dire, e che in fondo altro non sono che schemi esistenziali. Fra di essi, da sempre, l'uomo della montagna si muove come il bambino che saltella: dietro ogni cespuglio può ancora celarsi una "masca", la nebbia è sempre "processione di morti", il rosone salva ancora dalla malora, tanto quanto il corno e il quadrifoglio. In duemila anni la nuova fede non è riuscita a produrre quella certezza terapeutica che dovrebbe essere pratica della vita liberata dai terrori ancestrali. |
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