| NATI
CON LA CAMICIA Quelli della generazione del ventennio |
| PREMESSA Si parla spesso di fortuna descrivendola come una dea bendata che non guarda in faccia a nessuno, che sceglie a caso a chi concedere i propri favori; la si avverte come un sogno premonitore che occore concretizzare con un'immediata visita al botteghino del lotto. La si vede anche sotto forma di dispensatrice di vincite tramite le schedine del Totocalcio, del Totogol, del Totip, del Super Enalotto, delle corse-tris, dei biglietti della lotteria. Ognuno crede di avere la formula magica per entrare nelle grazie di questa ambita dama con la cornucopia e traccia simboli su improbabili risultati, fa scaramanzie e scongiuri del tipo "terque-quaterque" con tutto quel che segue, afferrando con la mano sinistra un biglietto a metà mazzetta; non lascia Roma senza tentare la sorte nelle rivendite della stazione Termini, così come, a Napoli, chiede di tradurre in numeri un sogno o di interpretare, con un proprio tornaconto, una fugace apparizione di un parente scomparso che, essendosi sempre fregato di te in vita, non si comprende per quale recondita ragione dovrebbe aiutarti da defunto. Ma tant'è. Ognuno cerca di afidarsi al destino, anche ad un tavolo verde, e di arrivare perfino a condizionarlo, proprio come dicevano i latini che attribuivano alla persona l'abilità di essere l'artefice della propria fortuna. Quando poi qualcuno riesce a centrare l'obiettivo, lo si esamina da cima a fondo, lo si fa girare e rigirare per osservare le dimensioni del posteriore, per mettere in rapporto il gruzzolo vinto con la vista da tergo. Si sprecano espressioni come "che sedere", "che c..." per dirla più francamente, "che sedici", come la cabala bolla questa parte del corpo dove non dovrebbe battere quasi mai il sole. Ad un persona che si accinge ad affrontare un esame o comunque una prova di una certa difficoltà, si consiglia di andare "in bocca al lupo" purchè quest'ultimo crepi o, più espressamente, di andare "in c... alla balena". Tra tutte queste frasi ce n'è una più gentile che definisce il fortunato come un essere "nato con la camicia". Si sa che tutti noi, ricchi o poveri, siamo destinati a venire al mondo completamente nudi. Evidentemente trovarsi, fin dall'inizio della vita, con una camicia addosso, è segno di grande fortuna. La camicia è poi, da tempo, anche adottata come simbolo di fede politica: da quella rossa dei garibaldini, a quella bruna dei nazisti, a quella verde dei padani di Bossi, a quella azzurra dei berlusconiani di Forza Italia ecc... Un colore che, in questa mia disamina, ci tocca da vicino è quello nero, caro al fascismo, da sempre propiziatore di una strategia del lutto, della morte, dei tedeschi con le tibie incrociate, di commemorazioni di martiri, di lapidi con annesse lampade votive e scritte "Presente!" per testimoniare che non si è caduti invano. Spuntano così i viali della Rimembranza, con targhette di identificazione su ogni pianta, si intensificano dovunque le cerimonie di suffragio e di ricordo. Per questa ragione, provocatoriamente, ho pensato che al titolo Nati con la camicia occorrerebbe aggiungere, magari tra parentesi, "nera". Dico "provocatoriamente" perchè da novembre del '34 alla caduta del Regime, si viene iscritti pressochè automaticamente al Partito fin dalle prime ore di vita, in quanto si riceve la relativa tessera. [..] |
Chi
sono i "nati con la camicia"? Di solito le persone alle quali
tutto va sempre bene, per il verso giusto, i baciati dalla buona sorte che
suscitano, perciò, una certa dose di invidia. L'autore analizza però un altro tipo di persone, quelle nate durante il trascorso Ventennio, venute al mondo con le felicitazioni dell'Opera Balilla e del GIL e la tessera di prima iscrizione al Partito Fascista. "Dalla culla alla tomba in camicia nera" è il monito del PFN, per la verità un po' macabro. Nati con la camicia vuol essere un libro destinato soprattutto a chi ha iniziato le scuole elementari secondo le direttive del Regime. Un viaggio a ritroso nella memoria, al tempo dei figli della lupa, delle piccole italiane e dei Balilla, il vero simbolo della gioventù di allora, quella del littorio. INDICE Premessa Vita quotidiana negli anni Trenta Consenso in aumento (dal '30 al '35) Parabola discendente (dal '36 al '39) La divisa Balilla Una maschia gioventù La scuola Il libro di Stato Immagini Il gallo I polli Il ridicolo Lessico Littorio Barzellette del Ventennio I divertimenti Strisce e fumetti I motti Decaloghi La réclame Lo sport Architettura L'agro "dolce" Pennivendoli Le disposizioni In guerra Ausiliarie Ragazzi al bivio Le bugie La propaganda di Salò Post-Fascismo Pellegrinaggio La storia sui banchi Opere consultate |
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