| IL POPOLO DELLE ROCCE Vita, vicende e vicissitudini in un villaggio di alta montagna |
| Salire a Balme è un po' come fare un viaggio nel tempo. Non molto è cambiato da quando gli alpinisti arrivavano all'Hotel Camussòt a piedi, a dorso di mulo o in portantina. Non è cambiato l'ambiente e non sono cambiati neppure i Balmesi. Oggi sono meno di cento, tutti discendenti di un unico avo, quel Gian Castagnero che nel '500 venne a sfruttare le miniere di ferro, personaggio rimasto nella leggenda, che fondò la parrocchia e il comune e costruì la tenebrosa casa fortificata del Routchàss. Ma poi le miniere si esaurirono e la piccola comunità sopravvisse grazie a un faticoso e pericoloso commercio con la Savoia. In estate e in inverno i Balmesi attraversavano valichi glaciali a oltre tremila metri di quota recando sulle spalle pesanti carichi di riso e di sale, di caffè e di tabacco. Grazie a questa confidenza con l'alta montagna, i Balmesi furono tra i primi a trasformarsi in provette guide alpine quando iniziò la grande stagione dell'alpinismo, nella seconda metà dell'Ottocento. Per circa un secolo più di cento furono le guide alpine di Balme che accompagnarono gli alpinisti torinesi nell'esplorazione delle Alpi Occidentali. Di questa grande epopea rimane un ricordo profondo, fatto non soltanto di memorie e di cimeli raccolti nel Museo delle Guide, ma soprattutto in un patrimonio di scritti, di racconti e di testimonianze tramandate all'interno delle famiglie e della comunità. Le montagne di Balme non sono quelle di Heidi. Nelle alte Valli di Lanzo, l'inverno dura otto mesi, la neve giunge talora a oscurare le finestre, i cereali non arrivano a maturazione. In passato persino il foraggio per gli animali era strappato con grandi fatiche alle pareti di roccia che incombono sul villaggio. In questo mondo di pietra e di ghiaccio, una piccola comunità è riuscita i sopravvivere per secoli con le scarse risorse di una valle selvaggiamente bella ma inospitale e persino ostile, fino ai limiti delle possibilità d'insediamento umano. Le rocce hanno sempre esercitato sui Balmesi un fascino e un vincolo atavico. Per questa ragione sì è tramandato da una generazione all'altra un bagaglio di conoscenze, di esperienze, di vicissitudini, insieme a un patrimonio di lingua, di costumi. di musica, di danza. Una cultura semplice ma non povera, chiusa ma non isolata, frutto di una comunità che fu sempre l'estremo presidio umano lungo la via che conduce ai ghiacciai. Percorsa per secoli, prima che arrivassero gli alpinisti, da mercanti e da pellegrini, da soldati e da avventurieri, da predoni Saraceni e da carbonai bergamaschi. |
INDICE Luci e ombre delle grandi pareti Gente di città e gente di montagna Montanari in città Cittadini in montagna Arcivescovi e conti Una salita al Rocciamelone Le avventure del conte di St. Robert Dalla conquista della Ciamarella alla tragedia del Monte Bianco Guide alpine di padre in figlio Alpinisti e locande Guide alpine e osterie Un mestiere che rende poco Quei temerari sulla vetta Guide e soldati Partire militare Veterani di Balme La milizia della montagna Morte di una guida La misteriosa scomparsa del maresciallo La fine di un parroco La tragedia della Torre d'Ovarda La croce di Testa d'mort Tempo di neve, storie di valanghe Quando la ruota non esisteva L'arte di camminare sul ghiaccio Gli sci a Balme nel 1896 Incisioni sulle rocce tra preistoria e storie di pastori Il canalone del Ru La parete della Valanga Nera Uomini e stambecchi La convivenza con il bestiame La società di stalla La roba Nozze di ieri e di oggi La berna Illazioni su un quadro e su un vecchio album di foto La courenda dei sette salti Le màiess dou bort Quando le masche ballavano al Pian della Mussa |
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