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SERGIO MANFREDI
la "mia" Torino e altri dipinti
LA PITTURA DI MANFREDI

Al pittore americano Walter Pach, che nel 1908 gli chiedeva del suo metodo, Renoir rispose: «Dispongo il mio soggetto come voglio, poi mi metto a dipingerlo come farebbe un bambino. Voglio che il rosso sia sonoro e squillante come una campana; quando non ci riesco aggiungo altri rossi e altri colori finché non l'ottengo. Non ci sono altre malizie. Non ho regole né metodi; chiunque può esaminare quello che uso o guardare come dipingo, e vedrà che non ho segreti. Guardo un nudo e ci vedo miriadi di piccole tinte. Ho bisogno di scoprire quelle che faranno vivere e vibrare la carne sulla tela. Oggi si vuole spiegare tutto. Ma se si potesse spiegare un quadro non sarebbe più arte. Vuole che le dica quali sono, per me, le due qualità dell'arte? Deve essere indescrivibile e inimitabile... L'opera d'arte deve afferrarti, avvolgerti, trasportarti. È il modo in cui l'artista esprime la sua passione, è la corrente che sgorga da lui e ti trascina nella sua passione»...

Credo che in queste semplici ma esaurienti parole di Renoir si possa trovare una risposta per coloro che cercano di capire cosa sia l'Arte. «Indescrivibile ed inimitabile» ... l'opera d'Arte deve afferrarti, avvolgerti, trasportarti»; frasi che mi tornano alla mente ogni qualvolta osservo dei dipinti.
Sempre, dinnanzi ad una tela, sia essa di un autore del passato o di un contemporaneo, cerco di capire, per giudicarla, se l'opera mi afferra, mi avvolge, mi trasporta ...
Le ho osservate a lungo, le tele di Manfredi. Sempre ho provato un'emozione, un sentimento di gioia per le sue vedute squillanti o un senso di malinconia se erano paesaggi con i toni smorzati dell'autunno incipiente o delle case sotto la neve che cade lenta.
Manfredi non mi ha mai lasciato indifferente e questo credo voglia dire che ancora una volta abbia ragione il grande Renoir; Manfredi sa «darti» qualcosa e quindi fa dell'Arte.
Sono stato ancora recentemente nel suo Studio di Corso Agnelli e come ogni volta, nel vedere i dipinti da poco eseguiti dal vero, sono rimasto affascinato dai suoi verdi e dalle sue terre.
Qualche sera fa, mentre è seduto sul divano con un pezzo di sigaro in bocca e mi parla del suo Maestro, devo fare uno sforzo per seguirlo perché gli occhi non si staccano da una tavola ancora fresca di colore eseguita nel pomeriggio stesso in montagna. Guardo quelle nuvole basse che quasi nascondono i monti e penso a Levis. Poi lo sguardo si sposta sul muro alla mia sinistra e vedo una «Spiaggia» animata da figure e non posso non pensare a Lupo. Poco più in là una «Neve» che ti ricorda Rolla. A destra della «Neve», dei «Monti con baite» e ci vedi Musso; un «Torrente» grigio contornato da verdi squillanti ed il pensiero corre a Delleani. Un «Pascolo», ed il pensiero va a Follini.
È come un gioco, per me da tanti anni appassionato cultore della bella Pittura Piemontese del Secondo Ottocento, il «ricercare» sulle tavole di Manfredi questo o quell'autore del passato. Ma i dipinti sono scopertamente suoi. D'altra parte è lui stesso a dichiarare onestamente (e ciò gli fa onore) di essere nient'altro che un continuatore della Tradizione Paesistica Piemontese ma, aggiungerei, con uno stile ben identificabile; o, per dirla con Marziano Bernardi (il più autorevole critico della Pittura Pedemontana Ottocentesca), «non si tratta di imitazioni ma piuttosto di affinità elettive che hanno dolcemente indirizzato il suo gusto ad una visione naturalistica della veduta».
ARIA DI PARIGI

Per ritrovare Parigi, la Parigi di «allora» e per poterla ridipingere, ho sofferto. In una città ormai così cambiata occorre con pazienza andarla a cercare scendendo lungo la Rue San Louis en l'Ile in riva alla Senna, tra i barconi che, carichi di sabbia, scivolano sotto il Pont du Caroussel seguiti da un nugolo di bateaux-mouches affollati di turisti di ogni razza e colore.
Al posto delle vecchie Halles c'è ora il contenitore colorato del centro Pompidou con i percorsi obbligati e nella piazzetta antistante il regno dei mimi e dei saltimbanchi.
Allora sono andato alle porte di Clignancourt tra i brocanteurs superstiti del Marсhè aux Puces... e in qualche vecchio e colorato bistrot alle porte di Lilas e in qualche ombreggiato negozietto sotto gli archi di Places des Vosges, o tra le tombe del cimitero di Père-Lachase a constatare il degrado che i vivi impongono ai morti e in Avenue Sebastopol tra la folla pittoresca e nervosa dei giovani e le fiumane inarrestabili delle auto.
Sono andato tra le facciate colorate di Rue Cherche Midi e tra gli avventori di Mère Catherine e della Maison Rose, al Vieux Paris in Rue de l'Auberge.
Non ho ritrovato Parigi a Pigalle diventato il regno del porno-shop.
Non l'ho riconosciuta tra i pittori di Place du Tertre e tra le note di un «асcordeon» suonato per i turisti; ai piedi della salita del Sacre Coeur una giostra dorata da un tocco felliniano ha la scontata scenografia.
Poi l'altra Parigi, quella dei quartieri alti, regno dei grandi sarti e gioiellieri, è rimasta immutata, aristocratica, ... targhe arabe su imponenti Rolls-Royce posteggiate tra i palazzi bianchi affogati nel verde dei giardini.
Allora Parigi va dipinta con gli occhi del Ricordo e le pulsioni dell'anima... e questa mostra è il risultato di un viaggio nel tempo perduto e nella nostalgia della memoria, quindi nel proustiano «tempo ritrovato».

SERGIO MANFREDI




Eraldo Bellini

SERGIO MANFREDI

editore LIBRERIA PIEMONTESE
edizione 0
pagine 112
formato 16,5x24
rilegato con sovracoperta colori
tempo medio evasione ordine
ESAURITO

28.00 €
28.00 €

ISBN :
EAN :

 
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