| A SON PEUI MACH CANSON |
| PRESENTAZIONE 1. In principio, come sempre, è la ferita. Un'idea di città che non esiste se non nel bruciore del ricordo, il sentimento di un'età che appartiene alla piccola cosmologia degli affetti inventati, alla nostalgia di un'origine favolosa: quella dell'infanzia a cui sempre si torna. Bastano pochi versi a rendere esplicito il sentimento della perdita, anche se compensata dll'orgoglio di sprigionare - grazie alla testimonianza artistica - gli ultimi bagliori di un'appartenenza (di una sopravvivenza) imperdonabile, come in Garino: "sugnavo una sità/ ch'a viv fòrse mach pì 'nt el recòrd ratà/ dle toe prime tèile, e 'n chèiche mie canson". Di Giuseppe (per l'anagrafe) Farassino, classe 1934, esiste una vulgata cittadina che non distingue la parte del tutto, il creatore dalle sue creature. Impastando epica ed elegia, la fisionomia ci mette del suo. Nel traffico di un viso largo e baffuto, nel delfino tatuato sull'avanbraccio sinistro come se fosse quello di un marò o di un légionnaire, nelle mani forti che addomesticano il sigaro, nell'energia che in scena s'impone con la stessa necessità di un temporale, sembra di riscontrare i tratti di un'identità profonda da cui tutto il mondo procede. E anche se poi lui - per tutti Gipo - ha imparato a domare gli impulsi primari e a sfumarne (anche se non a levigarne) i contorni a colpi di sgorbia, quel mondo non cessa di urgere, di "dittare" i suoi desideri, come in Cor nen va pian ("Podèj torné/ per un moment masnà,/ podèj torné/ a core 'n mes dla stra [...]"), uno dei primissimi testi. D'altra parte il dettato diventa addirittura esplicito in Mè bel amor: "[...] a j'é sempre 'n pòst lontan/ 'ndoa a nass l'ispirassion,/ l'é la vos dla mia infansia/ la mia vera religion [...]". Una Torino di barriera che non c'è più ma che c'è stata. Quella che da cronaca è diventata favola, come nel refrain di Mè borgh: "Ah! Che borgh anvelenà.../ Ma a l'é 'l borgh andoa son nà...". Quella dei personaggi più refrattari e irriducibili, come il protagonista di Barrierante's night, che vive nella nostalgia di un'antica camaradeire fissata in nomi tra dialetto e fumetto (Bleck la jena, Beppe naviga, Francon). O come il Lice della canzone Teste parèj. O come Giovanass, il re dei bocciatori, che va a bocciare in paradiso. O come Amos, uno degli "strani" d'osteria. O come Pierin, Vincens, Donà, i "somà" (gli amici) di Porta Pila in Camila. [..] |
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